Opinion

Più energia alla cooperazione

L'attuale crisi migratoria e gli altri devastanti postumi delle cosiddette “Primavere arabe” illustrano in modo tragico, ma chiaro, la necessità di un nuovo approccio di cooperazione da parte dell’Europa nell’area del Mediterraneo. L’Europa deve urgentemente ripensare le proprie politiche nell’area, al fine di contribuire in modo concreto e sostenibile allo sviluppo economico dei Paesi sud: l’unico vero rimedio strutturale alle attuali problematiche.

By: and Date: November 24, 2016 Topic: Green economy

This op-ed was orginally published in Il Sole 24 Ore.

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Da dove cominciare? Realismo vuole che il primo settore in cui si debba rafforzare la cooperazione sia quello in cui più elevati sono gli interessi di entrambi le parti: l’energia.

L’energia rappresenta più del 50% dell’export della sponda sud verso l’Europa e costituisce un settore chiave di cooperazione sia sotto il profilo economico che sotto quello geostrategico. Questo legame di interdipendenza si andrà quasi certamente rafforzando in futuro, sia grazie alle nuove scoperte di gas naturale avvenute nelle acque del Bacino levantino, sia grazie alle politiche europee di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, che sempre più puntano sul Mediterraneo per ridurre la dipendenza del Vecchio continente dal gas naturale russo.

Oltre a questi fattori, bisogna poi considerare che la domanda di energia nei Paesi sud del Mediterraneo continuerà ad aumentare fortemente anche negli anni a venire, in virtù della forte espansione demografica, della crescita delle attività economiche e del progressivo processo di urbanizzazione.

La crescente domanda di energia rappresenta una sfida enorme per tutti i Paesi dell’area, dove i sistemi energetici continuano a essere quasi totalmente basati sugli idrocarburi. Si consideri, per esempio, che più dell’80% della produzione elettrica regionale continua a essere basata su gas, carbone e petrolio, mentre solare ed eolico contano per circa l’1% in aggregato. Su questa base, la crescente domanda di energia comporterà seri rischi macroeconomici ai Paesi importatori di idrocarburi, ma anche a quelli esportatori, dove crescenti stock di gas e petrolio dovranno essere destinati al mercato interno piuttosto che all’export. Tali rischi macroeconomici, infine, sono amplificati dal sistema di sussidi universali adottati nella gran parte di questi Paesi. Si pensi, per esempio, che Paesi come Egitto, Algeria, Libia e Libano devolvono circa il 10% del loro Pil a questi sussidi all’energia.

Negli ultimi due decenni la politica energetica dell’Europa verso il Mediterraneo ha mirato ad armonizzare le politiche energetiche e i quadri normativi della regione, al fine di creare un mercato allineato agli standard europei. Questo approccio regionalista non si è, tuttavia, dimostrato di successo. Progetti di larga scala come Desertec e il Piano solare mediterraneo sono falliti e anche a livello istituzionale non si sono certamente registrati passi avanti (si pensi solo al ruolo sempre meno rilevante giocato dall’Unione per il Mediterraneo).

Sulla base di queste esperienze l’Europa dovrebbe avviare una nuova politica energetica bilaterale nel Mediterraneo, focalizzata sul sostegno allo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica (unici fattori di sostenibilità) in selezionati Paesi della sponda sud.

Il modo migliore per avanzare questa politica sembra essere quello di abbandonare il tradizionale approccio regionalista, che oggi rivive nelle tre nuove “Piattaforme dell’energia” lanciate nel quadro dell’Unione per il Mediterraneo, in favore di un approccio più realistico, focalizzato sulle vere barriere che impediscono lo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica nella regione. Nello specifico, l’Europa potrebbe promuovere la creazione di una serie di “Fondi per l’energia sostenibile” all’interno dell’istituzione finanziaria multilaterale con maggior potenziale nella regione: la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). La Bers potrebbe creare questi fondi strutturandoli come schemi di partenariato pubblico-privato con il governo del Paese selezionato, le compagnie energetiche internazionali operanti nel Paese e gli investitori istituzionali interessati a effettuarvi investimenti di lungo termine.

Questi fondi potrebbero essere utili a incoraggiare gli investitori internazionali a entrare nel settore energetico sostenibile dei Paesi sud del Mediterraneo, non solo attraverso l’offerta di sistemi di garanzia capaci di coprire parte del rischio Paese, ma anche attraverso la costituzione di intese regolatorie su specifici progetti con il governo interessato. Inoltre rappresenterebbero una soluzione win-win per entrambe le sponde del Mediterraneo.

Se per i Paesi sud fare buon uso del proprio potenziale rinnovabile e di efficienza diverrà sempre più una questione vitale, per i Paesi nord tale prospettiva sarebbe interessante sia economicamente che politicamente. Considerando le fiacche prospettive del mercato energetico europeo, non c’è dubbio che investire in questa regione rappresenterebbe una preziosa opportunità commerciale per le compagnie energetiche europee. Inoltre, contribuire alla transizione energetica della sponda sud significa contribuire alla stabilità macroeconomica di questi Paesi, fondamentale precondizione per la stabilità politica regionale.

Dopo due decenni di fallimentari tentativi di cooperazione basati su un approccio regionalista, la creazione dei “Fondi per l’energia sostenibile” potrebbe rappresentare un primo passo verso l’instaurazione di un nuovo modello di cooperazione nell’area del Mediterraneo, potenzialmente espandibile in futuro anche ad altri settori dell’economia regionale.


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